Centri sociali: Il nocciolo della questione

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Centri sociali: Il nocciolo della questione
Centri sociali: Il nocciolo della questione
Utilizzo il titolo di un noto romanzo di Graham Greene affinché mi guidi e mi incoraggi ad andare al fondo di questo tema oggi al (dis)onore delle cronache. Mi chiedo cioè come si possa essere come sono i membri dei centri sociali che a Macerata, a Piacenza, e in scala minore a Saronno, nonché poc’anzi a Livorno, hanno compiuto le gesta ben note. Beninteso non intendo qui stigmatizzare questi giovani e meno giovani, non mi interessa la geremiade “come si fa ad essere così”. Mi interessa invece capire alla lettera “come si possa essere”, cioè quale tipo di mondo interiore essi posseggano, e come ci sono arrivati. Che cosa spinge delle persone a insultare gli assassinati nelle foibe, ad aggredire cento contro uno un carabiniere, a  tracciare delle bestemmie sui muri del Santuario? Insomma a violare ogni principio di umana pietà, di cavalleria, di rispetto, di ciò che rende la vita una cosa degna?
In genere si parla di “vuoto di valori” ma non credo che con questa frase stereotipata la questione sia  risolta. Nel senso che chi la adopera di solito mette l’accento sul concetto di “valori” (che non ci sono più) laddove si dovrebbe metterlo sul concetto di “vuoto”.
Noi nati nel dopoguerra abbiamo avuto modo di seguire che cosa, nel tempo, opera la distruzione. Comunismo (nelle varie versioni russa, cinese, sudamericana, leninista, trotzkista e quant’altro) e Liberalismo (con il suo figlio minore il radicalismo) hanno funzionato come le due ganasce di una stessa tenaglia. Ora ce ne accorgiamo, ora lo comprendiamo: lo scopo non era quello di costruire la società degli eguali, né quello di fornire all’individuo un sempre più ampio ventaglio di diritti e prerogative. Era quello di fare il deserto nella mente e nel cuore dell’umano. La ganascia sinistra ha operato convincendo della radice economicistica di tutte le cose, e così ha introdotto i germi della volgarità, dell’invidia, della discordia sociale, il gusto della sedizione e l’insofferenza per l’autorità , nonché relegato la Patria nel solaio delle cose imbarazzanti e ridicole. La ganascia destra ha fatto dell’uomo (non il genere ma l’individuo, il singolo) un “essere desiderante” (desidera abortire, cambiare moglie o marito, unirsi a persona del suo stesso sesso, cambiare sesso, affittare uteri, farsi collocare un utero al di sopra del pene) inserire il gatto nello stato di famiglia. Così facendo, nell’uomo è rimasto un deserto, un deserto da riempire con false esigenze, futilità, frantumi di ideologie senza fondamento, mode importate, lunghe vacanze, canzoni senza musica dai testi asintattici, violenza cieca e istintuale. E, a riempire gli interstizi e i più ampi spazi fra tutte queste cose, un mare di droga. Quando ci si allontana dalla Tradizione tutto affonda. All’inizio lentamente, poi, man mano ci si avvicina alla meta, con velocità maggiore.
Ci si potrebbe anche chiedere chi avrebbe dovuto opporsi a tutto questo, e non l’ha fatto: quante pavidità e quanti tradimenti  hanno spianato la strada a coloro che preparavano il mondo nuovo. Ma è questione  meritevole di un ragionamento a parte, e quindi mi limito qui a questo cenno.  
Tornano al punto di partenza, viene in mente un personaggio dei “Demoni” di Dostojevskij: Stavrogin, il quale a un certo punto dichiara: “Formulai per la prima volta in vita mia questo severo pensiero dentro di me: che non conosco e non sento né il male né il  bene, e che non solo  ne ho perduto il senso, ma so che il male e il bene in realtà non esistono nemmeno”. Ecco il punto: fattosi il deserto dentro di loro, sono tanti piccoli chiassosi Stavrogin, nel senso che non hanno del personaggio la cupa grandezza.
La tradizione si può, anzi si deve, adattare al tempo che cambia nei suoi aspetti formali, ma non nella sostanza: se ne perdi un pezzo se ne va via tutta, un poco alla volta.  E se togli la Tradizione, se togli dall’uomo sentimenti di identità e appartenenza – appartenenza a Cristo, alla Patria, alla famiglia – non è che rimanga un essere più libero, adulto e creativo: semplicemente non rimane niente.

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