I robot toglieranno 5 milioni di posti di lavoro

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2020 – I robot toglieranno 5 milioni di posti di lavoro agli umani

“2020, ultima frontiera”, verrebbe da dire parafrasando il famoso prologo della serie televisiva “Star Trek”. E’ di queste settimane la notizia della previsione fatta da The Future of Jobs, secondo il rapporto stilato dal Forum Economico Mondiale (WEF), che vorrebbe entro il 2020 un 5 milioni di posti di lavoro in meno; saranno perse quelle professioni che potranno essere sostituite dal lavoro di robot tuttofare e tuttopensare.
Altra previsione è la chiusura di fabbriche e uffici; grazie alla trasmissione internet i pochi fortunati che avranno ancora un lavoro lo potranno fare comodamente da casa. Si salveranno anche gli ingegneri e i tecnici, che dovranno intervenire in caso d’incapacità delle macchine di autoinventarsi e autoripararsi.
Non più macchine che abbiano bisogno quindi della supervisione dell’uomo, ma macchine ancora più intelligenti, in grado di farne a meno in tutti i sensi.
Lo scenario sembra una fantadramma futuristico. Probabilmente avrà un epilogo differente da quello previsto, soprattutto per gli interrogativi che pone.
Il primo: in un mondo nel quale nell’arco degli ultimi 10 anni c’è stato un aumento della popolazione mondiale di 1 miliardo, arrivando a 7 miliardi di persone (censite), come si potrà far fronte ad una diminuzione di impiego che permetterebbe il sostentamento, spostando per forza un asse già poco equilibrato verso professioni di più alto spessore culturale, ottenendo anche in queste un maggiore sovraffollamento già difficile da sopportare oggi?
Il secondo: a che cosa serve il lavoro? A produrre beni di consumo, ma se non ci saranno possibilità d’acquisto, dovute all’assenza di lavoro, a cosa servirà il lavoro delle macchine per produrre beni inacquistabili?
Ho chiesto all’amico Claudio Sergio Mattioni, ingegnere informatico specializzato in robotica ed intelligenza artificiale, cosa ne pensa di questa notizia e quanta corrispondenza avrà veramente per il prossimo futuro: “Il rapporto stilato dal WEF è da considerarsi attendibile e realistico nelle sue previsioni, ed è in linea con un altro studio effettuato recentemente da ricercatori dell’università di Oxford in cui si stima che entro i prossimi 10-20 anni sarà possibile automatizzare il 47% dei lavori attualmente esistenti, senza che essi possano essere sostituiti da nuove tipologie di lavoro eventualmente create. Questo sarà dunque un problema totalmente nuovo che la nostra società si troverà ad affrontare dato che, sebbene in passato abbiamo già assistito al fenomeno della sparizione di lavori, come ad esempio lo spazzacamino o la mondina, essi sono stati però sostituiti nella società attuale da nuove tipologie di lavoro che si sono venute a creare come ad esempio il webmaster o il software engineer. Tuttavia è molto probabile che questo genere di sostituzione non potrà avvenire con l’imminente quarta rivoluzione industriale, come è già stata ribattezzata, che vedrà l’avvento dirompente nel mondo del lavoro di software di intelligenza artificiale sempre più avanzati e di robot comandati da questi sistemi in grado di sostituire milioni di posti di lavoro concernenti attività di routine e non particolarmente creative. Pensate infatti ad esempio a un assistente virtuale a cui poter accedere con una semplice app sui nostri smartphone ma dotato di un sistema di intelligenza artificiale così avanzato da essere in grado di prenotare autonomamente voli e stanze d’albergo in seguito a una nostra richiesta espressa a voce, di stilare report e grafici relativi a un certo argomento, di saper far fronte correttamente anche a richieste del genere “prenotami un tavolo per 2 persone al ristorante più vicino a casa di mio fratello per lunedì sera alle 21” ed altre richieste simili in quanto a complessità di comprensione semantica e verbale; è evidente che un sistema del genere, sostanzialmente una specie di Siri molto più evoluta e performante, potrebbe mettere la parola fine al lavoro di milioni di segretari in tutto il mondo, ma per svilupparlo e mantenerlo non servirebbero che poche centinaia di sviluppatori software e altre professionalità affini. Ebbene, se pensate che un software del genere sia pura fantascienza e che non esisterà se non tra 50 anni (o addirittura mai) sappiate che sistemi di questo genere sono attualmente in via di sviluppo e saranno realtà tra al massimo 5 anni, non 50. E’ evidente dunque che un lavoro come quello del segretario o dell’assistente personale “umano” sia tra quelli più a rischio per il prossimo futuro, ma non è certo l’unico; macchine, taxi e camion che si guidano da soli, robot operai in grado di eseguire le basi della carpenteria, negozi e supermercati completamente automatizzati, operatori telefonici virtuali dotati di software concettualmente simili a quello dell’assistente virtuale di cui abbiamo parlato prima… tutto questo sarà realtà nei prossimi anni ed è facile dunque intuire quali siano le professioni più a rischio e in definitiva come e perché questo rapporto stilato dal WEF sia da considerarsi assolutamente attendibile e realistico. Tutto ciò avverrà e sta avvenendo perché grazie alle ricerche nel campo dell’intelligenza artificiale i computer stanno diventando sempre più bravi a dominare aspetti dell’intelligenza umana come la comprensione delle immagini, il riconoscimento del parlato, il ragionamento di senso comune e la comprensione semantica di un testo scritto, aspetti questi nei quali solo fino a pochi anni fa nessuna macchina poteva anche solo avvicinare le performance di un essere umano. Volendo approfondire ulteriormente l’argomento inoltre possiamo dire che la ragione ultima per cui tutto questo sta avvenendo adesso è da ricercarsi nella crescita esponenziale delle tecnologie dell’informazione che ha permesso ai computer di oggi, tra le altre cose, di essere milioni di volte più potenti e migliaia di volte più piccoli dei loro predecessori di 50 anni fa (come afferma infatti il noto inventore e futurista Raymond Kurzweil uno smartphone del giorno d’oggi è di fatto migliaia di volte più piccolo dei supercomputer degli anni 60 che occupavano intere stanze di edifici ma anche milioni di volte più potente in termini di capacità di calcolo e di memoria) e a poter dunque permettere una simulazione sempre più approfondita e precisa di alcuni aspetti del funzionamento del cervello umano e della sua straordinaria capacità di apprendere autonomamente e di riconoscere schemi e forme. Tornando dunque alle due domande che ti sei posto, è evidente secondo il mio parere che l’unico modo in cui si potrà far fronte a questa sfida difficile ed eccezionale sarà quella di ricorrere a soluzioni anch’esse eccezionali, come possono essere il reddito di cittadinanza in questo momento e più in là nel futuro l’idea dell’UBI (Universal Basic Income), una sorta di reddito base universale garantito dai governi ad ogni essere umano per diritto di nascita; il lavoro come mezzo di guadagno e sostentamento personale, così inteso al giorno d’oggi, sarà infatti a pannaggio di un numero sempre minore di persone, quelle dotate da madre natura di una capacità creativa superiore, dato che i robot dotati di intelligenze artificiali sempre più evolute saranno in grado di produrre beni e ricchezza al posto nostro in campi sempre più numerosi. Una sfida estremamente complessa e difficile da affrontare dunque, in quanto principalmente una sfida culturale, ma che se riusciremo a gestire e ad affrontare in modo corretto potrebbe anche essere un’occasione unica per migliorare sensibilmente la condizione dell’esistenza umana in generale: i robot infatti ci toglierebbero si il lavoro, ma ci ridarebbero la libertà di poter fare ciò che più ci aggrada con il nostro tempo senza che a questo sia necessariamente unita l’esigenza di produrre un guadagno da cui dipenda il nostro autosostentamento”.
Alessio Imbriglio

 

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