l’Unione Europea daccapo di Marco A. Patriarca*

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Newsletter – Anno XV – n. 279
22 dicembre 2015

 

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l’Unione Europea daccapo

di Marco A. Patriarca*

I trattati di Maastricht (1992) e di Lisbona (2007) hanno abbandonato il modello sperimentale e liberale del Trattato di Roma del 1957 a favore di un modello paternalistico e dirigista. Il risultato degli ultimi 20 anni è stato negativo e mostra una “design failure” nella costruzione europea. La Storia politica dell’Europa ha sperimentato in altri secoli altre forme di associazione fra stati liberi e indipendenti. E’ giunto il momento di una riflessione.

Un continente senza spina dorsale, immerso fra crisi economica e scarsa visione politica, circondato da pericolosi stati falliti nel Mediterraneo, afflitto da un’emigrazione di proporzioni bibliche, ignaro del neo-imperialismo grande russo e delle minacce islamiste; insomma una grande “nave senza nocchiero”. L‘Europa è un continente con un sistema di difesa militare derisorio, dispersivo ed inconsistente. Gli stati europei inoltre, appesantiti da un debito pubblico astronomico, sono affaticati da un sistema monetario che, invece di liberare nuova linfa in vista del rilancio dello sviluppo e della realizzazione dell’Unione politica, è divenuto, per vari dei 19 stati membri, una camicia di forza, un oppressivo generatore di squilibrio, di malumore popolare. Nel grande progetto europeo fra il Trattato di Maastricht e quello di Lisbona è successo qualche cosa che nessuno aveva previsto e che oggi obbliga a ripensare il progetto politico iniziato con il Trattato di Roma del ’57.

Nella crisi economica il problema meno compreso è che questa non è curabile con i classici strumenti dell’economia. A turno, vengono messi sotto inchiesta l’Euro, la posizione dominante della Germania, le banche, la speculazione finanziaria internazionale, il “liberismo selvaggio”, la deregulation ereditata dai Reagan e Thatcher, il debito pubblico degli stati in crisi e, naturalmente, la cosiddetta globalizzazione. Fra tutti i mali si aggira il più minaccioso: un debito pubblico astronomico che si è accumulato in tutta Europa nell’ultimo ventennio; non solo quello finanziario verso le banche creditrici, ma anche quello verso i propri cittadini ed il futuro. Il tema del debito è sempre stato trattato con sospetto, sia dai creditori sia dai debitori; è certo però che senza gli animal instincts delle banche e della finanza, la creazione di capitale ed i mezzi per lo sviluppo industriale e la tecnologia, il capitalismo occidentale non si sarebbe certamente sviluppato. Sennonchè, nell’ultimo cinquantennio, grazie allo straripante sviluppo industriale, ed in virtù del conseguente sviluppo della finanza pubblica in tutti settori dell’economia, del lavoro e del welfare, il debito, da necessità puramente strumentale per i privati e per le imprese, ha assunto il ruolo salvifico e benigno di strumento per la creazione di benessere collettivo in mano agli stati. La voracità finanziaria di quelli generosi e democratici, alla perenne ricerca di consenso elettorale, per i nuovi e sempre più impellenti compiti statali, per l’attribuzione di nuovi diritti e per le crisi cicliche negli affari nazionali, è divenuta una variabile del tutto indipendente della propria tesoreria, ed il debito ha raggiunto livelli stratosferici. Così gli stati sono ormai abituati da decenni a ripagare il debito con nuovo debito, generando una situazione di dipendenza dai loro risparmiatori e da un sistema finanziario impersonale, globale ed esterno agli stati stessi, sul quale non hanno alcun potere. Agli odiatori della finanza globale, bisognerebbe ricordare che se è vero che la finanza mondiale è wertfrei, cioè libera, e obbedisce cinicamente ad interessi esclusivamente finanziari, e per questo spesso scavalca la geografia politica, la morale comune e le religioni, andrebbe anche ringraziata. Infatti se, ad esempio, un paese come l’Italia non riuscisse a piazzare sul mercato finanziario internazionale i suoi BT per varie decine di miliardi di Euro ogni anno i pensionati, contributivi o retributivi, resterebbero senza assegno.

In queste circostanze troppe previsioni si sono rivelate errate e le soluzioni adottate, per salvare il salvabile dell’Unione, assomigliano sempre meno alle previsione ed alle prescrizioni di Maastricht e di Lisbona. Per questo, in occasione del collasso greco, si è udito sempre più alto ed accorato il grido degli euro-entusiasti di “più Europa !” Soltanto il rafforzamento del Parlamento – ripetono – ed ulteriori cessioni di sovranità da parte degli stati potranno evitare casi di irresponsabilità politica come quello greco e portarci all’unità politica. Molti si sono invece convinti che il vecchio dirigismo francese ed il rigore prussiano diventino un diktat per l’Europa e che bisognerebbe aprirsi a nuove soluzioni. La prima di tutte quella di una maggiore integrazione degli stati membri quale premessa per un’eventuale futura unificazione politica.

Oggi sarebbe incauto rilanciare il progetto di un’ unione politica dei 28 paesi della UE. Allo stato, i cittadini europei non sono un’unica nazione, ma molte nazioni, a cui corrisponde assenza di ipotesi di unificazione politica più concrete e soluzioni di tipo confederale e/o federalista per 28 stati “liberi e indipendenti”. Il modello para- costituzionale proposto a Lisbona e le prescrizioni di quello di Maastricht non sono apparsi come le basi di un modello confederale, ma piuttosto quelle del vecchio modello statalista (legislativo, esecutivo e giudiziario, come sarebbe piaciuto a Montesquieu), un modello che oggi a molti appare desueto persino per un singolo stato rispetto alla richiesta della flessibilità necessaria a far fronte agli sconvolgenti cambiamenti degli ultimi anni.

In questo quadro. vi sono non pochi intellettuali e politici che studiano nuove formule istituzionali per far nascere un nuovo soggetto politico mondiale, forte e autorevole fatto di stati liberi e indipendenti. Pochi cercano nuove strade, Spyridon Flogaitis, in The Evolution of Laz in Europe – Oxford 2014 Press, discute l’evoluzione delle antiche autonomie comunali, studiate da Otto von Gierke e Hugo Preuss, oltre l’evoluzione storica dello stato- nazionale- moderno, al di fuori del principio di sovranità.

In materia di Difesa la Ue appare imbelle ed indecisa, e se una tempesta vera si scatenasse alle sue porte potrebbe ripetersi impunemente la tragedia bosniaca del ‘95, causata in larga misura dal silenzio europeo e dal cinismo russo, e poi fermata dalla NATO, la cui pace non fu firmata in una città europea ma vergognosamente a Dayton nell’Ohio. Bisognerà attendere che si verifichi un qualche evento minaccioso per raffazzonare all’ultimo momento una difesa, o è opportuno che alcuni stati volenterosi predispongano uomini, armi e strumenti opportunamente coordinati in una task force permanente per un eventuale intervento?

Allo stato attuale della UE questo potrebbe divenire il suo più importante pilastro identificativo ed il nucleo tangibile ed esclusivo di una sua sovranità internazionale. Il solo fatto nuovo della nascita di una tale task force dopo anni di fallimento della CED e della UEO rappresenterebbe per gli stati che vi partecipano (verosimilmente il gruppo dei fondatori del Trattato di Roma del ’57) una rinascita della UE ed una maggiore determinazione nel recuperare la disaffezione popolare accumulata.

Per ironia alcune proposte utili potrebbero provenire dal Regno Unito, anche per rispondere ai temi del referendum promesso dal primo ministro Cameron, che potrebbe sancire l’uscita del Regno Unito dall’Unione. Sotto tiro sono: le colpe della UE per la crisi economica, le misure di austerità imposte dal governo conservatore, il timore di misure europee di controllo del sistema bancario, la richiesta di rinegoziazione dell’adesione del Regno Unito ed una serie di attacchi al modello statalista di Bruxelles. Tutte cose che hanno fatto infuriare la Commissione e seminato il malumore. Gli alti membri del Consiglio e della Commissione ed i loro referenti politici dovrebbero risolversi con decisione a cavalcare queste crisi, ricavandone nuovi stimoli, e non subirle come stanno facendo. Solo nuovi argomenti potranno portare un mutamento di rotta forte e convincente che metta in luce nuove e più coraggiose prospettive nella tortuosa vita dell’Unione Europea.

* Docente per l’Area Europea dell’Agenzia per lo Sviluppo delle Amministrazioni Pubbliche

Il saggio del Prof. Patriarca può essere letto integralmente nel link “il documento di…” sul nostro sito:
http://www.societalibera.org/it/documdi/20151222_patriarca.html

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