Festival del cinema #gender a Bari

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Festival del cinema #gender a Bari
Ed ecco a voi l’ennesimo sperpero di soldi pubblici: al via il ‘Bari International Gender Film Festival’, il festival del cinema sulle diversità di genere. Dal 13 al 15 novembre si svolgerà presso gli spazi del Cineporto di Bari la prima edizione di questo festival che intende, secondo le finalità degli organizzatori, ‘contribuire alla sensibilizzazione politica e culturale nel panorama regionale e avere un profondo ruolo sociale nella costruzione e diffusione di una cultura di rispetto verso tutte le diversità di genere presenti sul territorio pugliese’. E torniamo nuovamente da punto a capo: ideologizzazione Gender venduta come diversità di genere. La manifestazione sarà anticipata da due incontri che si terranno il 3 e l’11 novembre: due dialoghi introduranno il ‘Bari International Gender Film’ nell’ex palazzo delle poste della città, a cura del dipartimento di scienze della formazione, psicologia e comunicazione e dall’archivio di genere dell’Università di Bari. Due dibattiti che offrono anche agli studenti che intendono partecipare la possibilità di acquisire 0,25 crediti formativi universitari. Il marchio che li caratterizza è quello della rete ‘Generare Culture Nonviolente’, finanziata e promossa dall’assessorato al welfare del comune barese. Ci troviamo davanti all’ennesimo calderone pubblico volto a sostenere ciò che non serve con i soldi tutti. Copione del festival ‘Gender bender’ di Bologna pienamente replicato. Ma chi organizza la manifestazione nel suo complesso? Andiamo a vedere. L’evento è organizzato dall’associazione socioculturale ‘Gravina città aperta’ insieme AL.I.C.E. (acronimo di Alternative Integrate contro l’emarginazione) e dall’associazione SoftCrash. Gli organizzatori vantano anche il merito di essere tra i promotori di festival Gender in ogni regione d’Italia, dichiarando che ‘alcuni dei quali, soprattutto al Nord, sono noti da più di un decennio quali punto di riferimento e richiamo internazionale di emancipazione e progresso politico, sociale e culturale: Torino, Milano, Firenze e Bologna’. Parole chiare per dire cose che con la verità e la realtà hanno poco a che fare: perché ben poca ragionevolezza ha investire soldi pubblici in eventi che non offrono nessuna risposta alle ragioni esposte dagli enti pubblici preposti. Perché finanziare il festival del Gender per combattere le discriminazioni? Dove ne troviamo il senso? Detto questo andiamo a capire perché viene usata la chiave della rappresentazione cinematografica per il festival: secondo gli organizzatori ‘l’identità di genere è una materia fluida e liquida, non definibile all’interno di una gabbia etimologico-grammaticale preconfezionata, e il cinema, con il suo potere di immaginare mondi altri, presentare narrazioni forte ed emotive, con la capacità di svelare i sentimenti umani, è capace di trasformare sguardi ed opinioni su temi di particolare sensibilità’. Ecco svelato l’arcano: usare lo strumento cinematografico per ‘emozionare’ le platea e suggestionarle sulla vicenda. Chiaro, ogni potere nella storia ha usato cinema e mezzi di comunicazione in generale per indottrinare il popolo. Peccato che la realtà sia più grande, vera e corrispondente della rappresentazione: noi amiamo la realtà perché dentro di essa c’è il seme buono della verità. Da li non ci stacchiamo e non abbiamo bisogno di ‘emozionarci’ per comprendere ciò che è buono e giusto da ciò che è male. E badate bene che il problema non riguarda solo l’attribuzione di finalità pubbliche a qualcosa che col bene comune c’entra poco o nulla: significa abusare del potere delegato dai cittadini ad un’amministrazione comunale per sostenere lobby che portano ad essa voti e soldi. Solo di questo si tratta. In Italia abbiamo preso il peggio del modello americano: non riconosciamo pubblicamente le lobby, ma esse esistono e nell’ombra del fisco e della legge movimentano milionate di euro. Mentre le famiglie arrancano e non trovano risposte soddisfacenti se hanno, ad esempio, tanti figli o se vogliono garantire ai loro figli un’istruzione diversa da quella pubblica. È una questione di priorità: a Bari come a Bologna le priorità sono diverse dalle nostre. Peccato che la maggioranza degli italiani la pensi come noi e non tollera più soprusi di questo genere.

Articolo pubblicato in esclusiva per La Croce Quotidiano

MIRKODECARLI

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