L’ECCELLENZA NON È ECCEZIONE, MA ABITUDINE.

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La forchetta di Scappi

by ROBERTO MALINI

L’ECCELLENZA NON È ECCEZIONE, MA ABITUDINE.

Nel 1570 la regina delle posate, oggi così comune sui tavoli da pranzo del mondo occidentale, apparve per la prima volta sulle pagine di un libro.

Da allora, vincendo le resistenze di chi la considerava “strumento del diavolo”, si diffuse ovunque, fino a diventare – ma solo a partire dalla metà del XVIII secolo – lo strumento più amato dai buongustai.

Bartolomeo Scappi, cuoco segreto di Papa Pio V, autore del principale trattato di gastronomia e cucina del suo tempo, fu il principale esperto di cibi e vini del Rinascimento.

Cultore della qualità e della genuinità delle materie prime, fu il primo a far uso dei prodotti che arrivavano dalle Americhe. Con lui la gastronomia e la cucina italiana raggiunsero l’eccellenza.

È difficile nel tempo l’eccellenza, ma per legge naturale ciò che non eccelle, regredisce.

Lo scrisse più di duemila anni fa lo storico romano Marco Velleio Patercolo.

A quel tempo, come oggi, la qualità dei cibi e dei vini era motivo di orgoglio per i nostri antenati.

Contemporaneo di Patercolo era Marco Gavio Apicio, il padre della gastronomia, uno chef così popolare da destare l’attenzione di scrittori come Seneca e Plinio il Vecchio.

Fin dall’antichità, è sempre stata strettissima la relazione fra cibo e cultura e la gastronomia è una branca interdisciplinare del sapere, che comprende agronomia, biologia, matematica, antropologia, storia, filosofia e scienze sociali.

Noi siamo quello che scegliamo: quante volte i filosofi antichi ce l’hanno ricordato? E quante volte ci hanno ricordato che l’eccellenza – che i greci chiamavano aretè e i latini virtus – non è eccezione, ma dovrebbe essere abitudine quotidiana.

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