LA SOFFICE IRA DELLA DEPRESSIONE di DAVIDE STOLFI

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I nostri collaboratori crescono, ora pure un giovane scrittore

 Stolfi (2)

“C’è qualcosa di sporco nell’aria?” cominciarono a domandarsi gli abitanti dello stato di Washington, precisamente a Seattle, a partire dalla seconda metà degli anni ’80. La risposta fu subito nettamente crudele :”Lasciaci inquinare il nostro cammino, prima o poi smetteremo. Ed allora, allo stremo delle nostre forze, decadremo, come sudore che ha lavato il pregiudizio del vento che sta cambiando…in peggio.” Se volessi ribattezzare un dialogo tra il grunge e il resto del popolo, vorrei fosse stato così. Mai stringhe delle scarpe furono più zozze che in quel periodo. Neanche il punk di fine ’70 infervorò in maniera così irridente una società portata al degrado dal progresso tecnologico e politico, usato in maniera scorretta s’intende, sintomo di una manifestazione di disagio collettivo e prima avversaglia di una nuova divisione tra le classi sociali. Ma il grunge, si sa, è tutto fuorchè sputare sentenze senza conoscere la storia. Anzi, al grunge non gliene frega una mazza della storia. Non vuol ambire a carriera in continuo crescendo. Vuole rimanere rozzo, primitivo nelle sue urla agghiaccianti, al cospetto del trasformismo estetico del resto degli Stati Uniti. E’ già. Perché in questa nazione dobbiamo soffermarci. Seattle parlerà per 8 anni la stessa lingua, declinando e venendo meno al verbo solo con la morte del leader e trascinatore di questo genere, Kurt Cobain(inutile scrivere Nirvana vero? Già fatto). Ciò che in primis è da analizzare è se questo genere fosse veramente catalogabile come tale, o fosse solo un sintomo come continui colpi di tosse nel bel mezzo di una bronchite acuta : consistenti, frequenti…ma pur sempre da interrompere prima o poi con una dose netta di antibiotici. Per noi lo è in ogni caso perché, sebbene tale declino trascinò sull’orlo di una crisi quasi tutte le bands in esso, il grunge non finì mai nel baratro. Anzi, diede spunto a ulteriori ripescaggi di un certo filone hard rock o punk revival che, negli ultimi anni del decennio ’90, finirono con il far ergere band mature (vedi Queen Of The Stone Age o Velvet Revolver). E allora perché far morire tutto ciò? Semplice. Alla gente non importa quanto sia buono il prodotto, alle gente importa quanto sia vendibile. E allora tutto questo marciume benefico che vada a farsi fottere, ad un certo punto, per lasciare spazio al lato commerciale, ahimè mi vien da dire.

Ma cosa vuol dire Grunge? Esso è ritenuto una derivazione dell’aggettivo “grungy”, nato attorno al 1965 come slang di dirty or filthy (“sporco”, “sudicio”). Mark Arm, cantante di Green River e Mudhoney è generalmente considerato il primo ad aver utilizzato questo termine per riferirsi a un genere musicale.

La caratteristica del grunge consiste nello zoccolo duro, all’apparenza scarno, ovvero : batteria, basso e chitarra. Stop. Non vi è altro strumento. Eppure dalle caverne ecco uscire una potenza inaudita, capace di stordire Heavy Metal, Hardcore e Punk. Tutto ciò che è decadente, stonato, sgangherato e trasandato e buon motivo per andare a braccetto con il grunge. La moda riprende le tendenze degli ’80 punkeggianti, con l’eccezione delle camicie di flanella a mò di taglialegna, jeans strappati e poi … pronti per inoltrarsi nella giungla squallida della periferia. Una volta dentro, difficile uscirne perché fuori c’è solo sdegno per un mondo a cui non ci si sente di appartenere poi così tanto. E non a caso questa tendenza generò un aumento notevole di suicidi come atto finale di un estremo saluto. Innegabile però quanto fascino esercita su di noi questo rumore sonoro. Sembra di annusare a ripetizione ogni istinto adolescenziale che, fuori da questo periodo, dona solo tanta nostalgia (ma anche un po’ di timidezza nel ricordarlo). Ciò che dispiace è che, col senno di poi, tutti snobbano questo movimento in maniera errata, definendolo un’alternativa alla discoteca e non ricordandosi di quante volte la nostra cameretta e “NEVERMIND” in modalità repeat hanno fatto annichilirci di fronte allo snobbismo televisivo e mediatico del perbenismo. E non parlatemi di droga se non conoscete l’ipnotismo oscuro delle strofe complementate dal sofferto ma iracondo ritornello, perché è giusto far capire che, tutto ciò che sprigiona dolore, non è sempre freddo nei confronti del prossimo. Da allora, niente più di nuovo sotto il sole, per quanto riguarda il panorama rock: tutto quello che di “nuovo”, interessante, stimolante e significativo è stato fatto con chitarra-basso-batteria non a caso è stato chiamato “post-rock”. Il grunge, in talune sue brezze apparso così fresco e nonostante tutto spensierato, semplice, diretto ha storicamente costituito le campane che suonano morte per il rock. Prima di interrogarsi sul valore della vita e sul fatto di che simbolo di morte sia un vecchio piuttosto che un neonato, si guardi la copertina di “Nevermind”. Alla risposta si apponga il significato di quest’ultimo titolo o parola.

“…Grazie a tutti voi dal fondo del mio bruciante, nauseato stomaco per le vostre lettere e il supporto che mi avete dato negli anni passati. Io sono troppo un bambino incostante, lunatico! E non ho più nessuna emozione, e ricordate, è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente.” (K.C.)

DAVIDE STOLFI

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“Abbiamo parlato con Nando Corradini, bassista di professione e di passione. Lo abbiamo conosciuto più a fondo. Incredibilmente fedele al verbo dell’umiltà stilistica. I suoi passaggi di basso fondono la miglior ritmica e la notevole qualità stilistica con cui l’artista si cimenta nei suoi live. Attualmente suona con i DOCTOR BEAT, cover band di grande stampo nazionale, con cui si diverte a sfornare un repertorio di canzoni famose che spaziano dal pop, al rock fino alla dance. Del gruppo fa parte il celebre showman Teo Teocoli. Uno spettacolo intrinseco di grande animazione e coinvolgimento. In passato, Nando ha suonato con artisti del calibro di Mario Lavezzi, oltre l’accompagnamento nelle numerose tournèe di Ivana Spagna. La sua duttilità, agli svariati generi musicali, gli ha permesso di poter incrementare il suo livello qualitativo, mettendolo al servizio di trasmissioni tra RAI e MEDIASET. Perciò, senza dilungarci ed annoiarvi, scopriamo insieme a voi, prima una persona e poi un bassista al quale poterci rivolgere con grande curiosità.”

Ciao Nando, onorati di averti come ospite a Sat!5fact!on.Inizio così : Teo Teocoli, grandissimo e prestigioso showman, attore cinematografico, nonché primissima voce dei QUELLI, nucleo originario della PREMIATA FORNERIA MARCONI …e MARIO LAVEZZI, cantautore e compositore, militante nei CAMALEONTI e FORMULA TRE, amico intimo di quel genio incompreso di LUCIO BATTISTI …e poi il tuo basso meraviglioso. In mezzo a questo lusso artistico esistono dei difetti che, a noi mortali, ci creino meno invidia nei vostri confronti ?

Credo che in tutte le situazioni lavorative, quindi anche in quelle artistiche (band,ecc.), esistono dei difetti. Di solito non sono dovute agli artisti con cui si collabora ma alle persone che gestiscono i loro impegni (agenzie, tour manager, ecc.) che nella quasi totalità dei casi il loro obbiettivo non è quello di migliorare la qualità artistica ma quella economica. Chiaramente suonare con artisti famosi è molto gratificante però bisogna accettare il fatto, nella maggior parte dei casi, di essere considerati solo dei buoni esecutori fatta eccezione, per quanto mi riguarda, per Mario Lavezzi che lascia molto spazio alla creatività del musicista. Personalmente penso di appartenere alla categoria da te definita “a noi mortali” in quanto mi diverto molto di più a suonare con le band costituite con il solo scopo di divertirsi creando musica originale, improvvisando oppure semplicemente suonando.

Invidie nostre a parte, di cosa ti senti realmente soddisfatto, nel pieno della tua maturità musicale ?Realmente soddisfatto? Credo sia veramente impossibile! Sicuramente il fatto di vivere la musica non solo in modo didattico consente di avere una visuale molto più ampia: dare con le canzoni che si compongono, o semplicemente si eseguono, delle emozioni. Per concludere, secondo me, ognuno di noi ha una propria maturità artistica che non è valutabile solo dallo studio o dalla tecnica che si è acquisita nel corso degli anni ma dalla capacità di trasmettere alle persone che ci ascoltano le emozioni che proviamo suonando.

Ok. Salto nel passato, alle origini. Perché scegliere uno strumento come il basso, vero catalizzatore di groove mai discostante dall’improvvisazione sonora ?La risposta è molto semplice. Oggi i ragazzi che si avvicinano al mondo della musica scelgono il proprio strumento. Quando ho iniziato io, la scelta è stata molto casuale, anzi direi obbligata, in quanto essendo il più giovane della band che si stava creando mi son dovuto “accontentare” dello strumento che era rimasto disponibile e cioè il basso che, praticamente, era una chitarra a cui erano state tolte le ultime due corde. Chiaramente oggi sono molto felice della scelta fatta.

Qual è stato il tuo primo basso ?Il mio primo basso mi è stato regalato all’età di 12 anni da mia nonna che aveva comprato per corrispondenza da un giornale: non aveva marca e di poco valore. Per me era bellissimo! …e oltretutto aveva la particolarità di essere più piccolo dei modelli in commercio e quindi, vista la mia età, era più comodo da suonare. Col passare degli anni ho cambiato parecchi modelli e marche ma conservo ancora gelosamente quel basso che, per me, ha un valore inestimabile.

Svolgi ancora oggi degli esercizi per “aggiornare” la tua ampia tecnica ? E se si, quali e su che cosa ? (Es.su dischi) Secondo me gli esercizi sono molto importanti, non solo per migliorare la propria tecnica sullo strumento ma per mantenere quella già acquisita. Purtroppo sono molto pigro e perciò studio pochissimo, ma per fortuna, fra serate live e registrazioni, sono impegnato diverse ore al giorno permettendomi così di mantenere una buona tecnica. Se posso permettermi… consiglierei ai ragazzi che iniziano a suonare il basso di studiare, oltre all’armonia, scale, ecc., anche composizione di groove basso e batteria che permetterà di essere più preparati a future esperienze di musica d’insieme (band, orchestre,ecc).

Se dovessi raccontare le tue virtù musicali e i tuoi difetti (volendo) in poche righe, come ti definiresti ?Una virtù, sicuramente, è di ascoltare sempre i musicisti con cui sto suonando. Questo mi permette di entrare in sintonia col loro modo di interpretare la musica creando, nella maggior parte dei casi, un’atmosfera positiva. Difetti non ne ho (chiaramente scherzo!), sarebbe meglio fare questa domanda a chi suona con me. La risposta alla domanda “come ti definiresti?” è semplice e forse scontata ma vera … sono un musicista innamorato della musica.

La tua formazione artistica, presumo sia stata complementata da veri e propri miti del tuo stesso strumento come Jaco Pastorius o Mark King … Ce ne sono degli altri che ti hanno caratterizzato e perchè ?Sicuramente Jaco Pastorius è il numero 1. Per me, praticamente, lui è il “basso”! Ce ne sono altri….Stanley Clarke, uno dei primi ad usare la tecnica dello “slap” , Marcus Miller, John Patitucci e Alain Caron. Questi sono i musicisti che hanno influenzato il mio modo di suonare.

Di quest’ultimi, dopo un tuo attento ascolto, sei riuscito a plasmare e rielaborare certi concetti di esplorazione sulle linee di basso?Solamente in parte anche perchè, quando ascolto della musica, mi piace ascoltarla in tutto il suo insieme, a differenza di quando ascolto un brano per poi doverlo eseguire, in quanto, in questo caso, ascolto molto di più la linea di basso ma senza fare nessuna esplorazione sui pattern che usa il bassista su un’armonia o su una melodia (sarà perchè sono molto pigro come detto in precedenza?…)

Cosa osservi positivamente delle nuove generazioni di bassisti e cosa, invece, senti di opporre come “pollice basso” ?La cosa positiva che ho notato nelle nuove generazioni è l’approccio che hanno verso lo strumento, attraverso lo studio, sia con metodi collaudati (scuole di settore, metodi cartacei o cd/dvd) sia con lezioni on line ormai a disposizione di tutti. La cosa negativa è l’uso della tecnica esagerata fine a se stessa, lasciando in secondo piano la precisione, il gusto, l’espressione….insomma tutte quelle cose che completano un musicista.

Quanto è importante per un bassista saper legger la musica ? E’ molto importante ma non indispensabile. Io ho studiato lettura musicale molto tardi e, aggiungerei, quasi forzatamente… infatti, dovendo partecipare ad una trasmissione televisiva su canale 5, con una grande orchestra dov’era assolutamente necessario leggere, ho dovuto studiare su vari metodi per arrivare al giorno dell’appuntamento il più preparato possibile, per non essere escluso. Ecco perchè dico che è importante saper leggere la musica se si sceglie di fare il musicista per professione.

Dimmi almeno 3 pezzi che rimpiangi di non aver elaborato.Uno su tutti : Donna Lee di Charlie Parker, suonata anche da Jaco Pastorius… e molti altri brani di Chick Corea, Patitucci, Uzeb … ma rimane comunque sempre il tempo per rimediare.

ULTIMA DOMANDA : Se non avessi intrapreso la strada del basso, quale altro strumento avresti “ingaggiato” per le tue mani ?

Sicuramente la batteria.

Ti ringrazio per il tempo concessoci.

I nostri complimenti e in bocca al lupo per tutto.

DAVIDE STOLFI

 

 

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