Selvaggia Lucarelli, disavventure con El Al

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Selvaggia Lucarelli (giornalista de Il Fatto Quotidiano)

I miei piccoli problemi con i controlli della polizia israeliana e il mio amore non ricambiato. Il mio pezzo per Il Fatto di ieri.

Il mio viaggio in Israele inizia in una tranquilla e afosa mattina di fine luglio a Malpensa. Parto sola perché l’amico che doveva accompagnarmi ha avuto un problema all’ultimo minuto. Volo con la compagnia aerea israeliana, El Al, che mi dicono essere la compagnia aerea più sicura al mondo. Quando domando il perché, mi spiegano che i controlli sono piuttosto rigidi e non a caso mi devo recare in aeroporto tre ore prima della partenza. Già mi vedo passare tre ore nel negozio Victoria’s secret dell’aeroporto cospargendomi di unguenti profumati che qui più che per un terrorista mi scambieranno per un bagascione del più infimo bordello di Caracas, ma faccio male i miei conti. Alla fine prenderò l’aereo giusto in tempo e nel negozio di Victoria’s secret mi limiterò a vedere le chiappe di Adriana Lima in vetrina mentre corro con l’affanno verso il controllo passaporti. Ma andiamo con ordine. Il banco del check in di El Al è l’ultimo dell’immensa sala di Malpensa destinata ai check in e in un’ area in cui per accedere ai propri banchi bisogna fare un ulteriore controllo passaporti. I passeggeri di El Al raggiungono la propria area infrattata dietro a un serpentone di corde e si trovano davanti uno stuolo di ragazzi in giacca e pantalone nero- alcuni con barba fluente, altri biondi come i figli di Montezemolo- che prima di mandarti al check in desiderano farti qualche domandina esplorativa. Ma mica li’, in fila con gli altri, ognuno ha un piccolo banco dedicato. A me è toccato il banco 1, con un simpatico ragazzo barbuto che sembrava parlare italiano come Lapo Elkann finché non ha cominciato a fare domande. “Passaporto grazie”. Lo sfoglia. Segue un lungo silenzio. Penso: “Oddio, nelle pagine mi si infila sempre roba che gira nella mia borsa. C’avrò lasciato dentro un Ob, cos’ha tanto da guardare”. “Aspetti un momento qui”. E se ne va col mio passaporto. Passano tre minuti in cui io sono ufficialmente un’ apolide senza casa e identità. Penso “Starà facendo brillare l’Ob.”. Torna senza il sorriso con cui mi aveva accolto e fa: “Perché va in Israele?”. “Per vacanza”. “Ah”. Sembra contrariato. Ha smesso di guardarmi come fossi una donna e mi fissa come fossi il capo di Hamas. “E perché è andata in Egitto?”. Mi mostra il timbro egiziano indicandomelo con l’indice come a dire “Qui c’è la prova della infiltrazione nelle bande armate del Sinai, non tenti di negare”. “Ho portato mio figlio in vacanza. Mar Rosso, snorkeling…” . Mimo anche una bracciata come si stesse improvvisando un Gioca Jouer. Il tizio mi guarda malissimo e io recupero un po’ di sobrietà. Si rimette a guardare i timbri. “E perché è stata in Turchia?”. Mi fissa con aria di sfida, vuole cogliermi in fallo. Io sto per rilanciare: “E perché il tuo ultimo collegamento whatsapp è alle due di notte?”, ma non siamo ancora abbastanza in confidenza sebbene io abbia molte più certezze sulla sua colpevolezza di quante non ne abbia lui sulla mia: “Vacanza. Istanbul. Con mio figlio”. Qui evito di mimare la scimitarra. “Solo Istanbul?”. Eh no, ho attraversato il confine con la Siria e mi sono fatta due settimane di ferie ad Aleppo. Ok. Lo penso e basta. “Si'”. “E dov’è suo figlio?”. Merda. Me lo chiede con un’aria di rimprovero che mi sento come se stessi andando in vacanza mentre Leon toglie le teste ai gamberi d’allevamento in Bangladesh con l’acqua fino alle ginocchia. Il senso di colpa mi pervade. “E’ col papà, siamo divorziati, ora è in vacanza con lui”. “E dove?” “A Roma”. “E dove vive il suo ex marito?”. “Guardi, non gli faccio domande così intime da 8 anni ma credo, appunto, a Roma”. Il tizio sembra sempre più scettico. “Perché è stata in Marocco?” E mi indica un altro timbro. “Vacanza. Con mia amica. Solo Marrakech, giuro.”. Gira pagina. Quante minchia di pagine ha questo passaporto? Ma poi ora che ci penso perché mi sto facendo tutto il Medioriente? Ho gli stessi timbri di Al Baghdadi, ti credo che non si fidano. Sta guardando una pagina del passaporto. Ah, ho capito dove vuole arrivare. S’è tenuto il colpo di grazia alla fine. “Perché è stata…. in Libano!?”. “Ah! Certo.”. Ha lanciato il guanto di sfida. Mi fissa attentissimo. Lo guardo dritto negli occhi anche io. Ho studiato un po’ di comunicazione non verbale e ho capito che sono addestrati per cogliere ogni minima incertezza, so che se gli risponderò guardando l’orlo della gonna della spagnola accanto potrei finire in cella con le menti dell’Intifada. Puoi essere un padre francescano ma se alle domande della polizia israeliana ti prende un tic alla palpebra, marcisci in carcere fino al 2067. “Sono stata con un’associazione umanitaria, Terre des Hommes”. “Cosa!?”. “Associazione umanitaria. For charity. Beneficienza….”. Ometto “a visitare un campo profughi palestinese”, perché non mi pare un’informazione di quelle che possono predisporlo al meglio. “Ah”. Non sentivo degli “ah” così poco convinti da quando a 20 anni comunicavo al mio fidanzato “Stasera vado a ballare con le mie amiche”. “Conosce qualche libanese?”. “Mika vale?” “Cosa?”. “No, niente. Ho conosciuto degli italiani che lavorano con questa associazione”. “Ah”. E se ne va di nuovo col mio passaporto. A questo punto mi domando seriamente se non sia il caso di rinunciare e prenotare un weekend a Sabaudia. Torna con l’aria di quello che s’è fatto dire un paio di cose da Assange e ora sa anche la mia categoria preferita su youporn. “Quindi ha amici in Libano?”. “No, ma rimarrebbe molto impressionato se le dicessi quanti nemici ho in Italia. A nemici batto pure Israele, pensi”. Non capisce bene cosa ho detto, continua il pressing. “E quindi non ha ricevuto regali da libanesi?”. “Quello neanche da italiani, spesso mi fanno pagare pure il ticket del parcheggio in centro, lasci stare va”. “Glielo chiedo perché in passato è accaduto che cose regalate in realtà fossero delle bombe!”. “Beh, ho portato la lasagna che mi ha regalato mia madre su un Roma-Milano una volta, se non hanno classificato quella come bomba può stare sereno guardi”. “Che lavoro fa?”. “La giornalista”. “Ha il tesserino?”. “No, perché poi faccio anche altre cose, ho scritto dei libri, faccio tv”. “TV dove!?. “Varie TV…..”. E si allontana di nuovo. Qui comincio seriamente ad avere paura. Se va su google e vede che sono stata dalla D’Urso stanotte sono di turno al check point sulla Striscia di Gaza. Torna con aria sempre più greve. “Quindi, dove lavora?”. “Beh ho lavorato su Sky, Rai, Mediaset attualmente con me ha alzato un muro… tipo voi coi palestinesi.. Scherzo eh”. Gli sto definitivamente sul cazzo. “Quindi lei opinion leader?”. Lo dice con aria sprezzante come quelli che mi chiamano opinionista. O blogger. Sto per rispondergli: “Ah bello, ho 600 000 followers su fb, io a Israele posso dichiarare guerra domani”, quando il tizio mi incalza: “Ma lei perché va sola in Israele?”. “Dunque. It’s a long story”. “I have time”. Antipatico, era un incipit ad effetto. “Un mio caro amico doveva venire con me ma ha avuto un problema all’ultimo e non è più partito…”. Noto del sarcasmo nel suo sguardo. “Ahhhh, ho capito. Friend or boyfriend?”. E ridacchia. “No guardi, ha capito male. Un mio amico, friend, FRIEND, ha avuto un problema personale!”. Cioè, questo tizio mi sta dando della sfigata mollata dal fidanzato alla vigilia della partenza. Cazzo se è brava questa polizia israeliana, con tre domande ha già capito che la mia vita sentimentale è un’apocalisse. Sono già lo zimbello di tutta Israele. “Ho capito. Allora. Lei ora consegna la valigia, prende il biglietto e poi si deve recare in un’area in cui le faranno un controllo della borsa e poi dei nostri poliziotti la scorteranno al gate per l’imbarco”. Scorta? Controllo borsa? “Senta, io capisco che lei si sia convinto che sia stata mollata e si’, ha ragione, che una come me venga mollata é una faccenda non sospetta ma più che sospetta, io scomoderei anche i vostri amici della Cia per andare a fondo, anche io farei fatica a crederci, solo che tutto ciò è colpa dei rapporti infelici uomo/donna non di quelli felici miei con Hamas, capisce?”. “La aspettano per il controllo borsa, arrivederci”. Mi appiccica l’etichetta con la cifra iniziale “5” sul passaporto (i numeri vanno da 1 a 6, 1 e 2 sono quelli con passaporto israeliano e diplomatici, 3 sono gli stranieri non pericolosi, 4 sospetti, 5 molto sospetti, 6 vieni classificato Isis o giù di lì) . E qui subisco il trauma dell’abbandono. Non per la lettera, anzi, il numero scarlatto appiccicato addosso. La verità è che io, l’addetto al controllo, lo amavo già. Qualsiasi donna l’avrebbe amato. Erano anni che un uomo non mi faceva così tante domande, che non voleva sapere così tante cose di me, che non si accontentava di mie risposte evasive. E poi era più sospettoso e rompicoglioni di me, due anime gemelle io e lui. E mi ha liquidato con un arrivederci come se tra di noi non ci fosse stata un’intimità. Lo lascio affranta. Arrivo al controllo borsa, che si svolge in una stanzetta nascosta poco sotto la scala mobile. Mi aspetto una lunga fila e invece i passeggeri ritenuti sospetti sono sei in tutto su 170 circa . Io sono l’unica donna. Spiego alla poliziotta e ai gentili presenti che se si pretende di analizzare il contenuto della mia borsa il volo potrebbe essere spostato a domani. Lei sorride e come prima cosa estrae un Godzilla di plastica che mio figlio mi chiede di portare sempre con me per fotografarlo ovunque, come il nano di Amelie. Mi guarda perplessa. Io sorrido imbarazzata, sussurro: “Oh, it’s a long story”. “I have time”. E ricomincia tutto daccapo.

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