POSTE ITALIANE in borsa o in confusione?

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I postini di Bari scrivono ai loro sindacati e a noi di Varese Press

LE POSTE ITALIANE VANNO IN BORSA O VANNO IN CONFUSIONE ??
 
Francesco Caio annuncia per metà ottobre l’offerta di azioni Poste Italiane per la quotazione.
La corsa al debutto in Piazza Affari è partita in questi giorni con la presentazione a Borsa Italiana della domanda di ammissione alle quotazioni e con la richiesta alla Consob di autorizzare la pubblicazione del prospetto informativo, si punta al debutto per fine ottobre o nei primi giorni di novembre. Si avvicina quindi l’appuntamento con la quotazione che aprirà una stagione di privatizzazione del nostro paese, è, infatti, previsto dopo quest’operazione anche lo sbarco in borsa di ferrovie nel 2016 e forse anche di ENAV e SACE, ma non di ENI (troppi amici da scontentare).
Andrà sul mercato fino al 40% del capitale e il tetto al possesso azionario fissato al 5% e con una quota rilevante riservata sia i dipendenti sia a un mercato di piccoli risparmiatori per favorire un’ampia distribuzione dell’azionariato. La forbice di valore del gruppo è compresa tra sei e undici miliardi e giacché in borsa andrà circa 40%, si prevede un introito per lo Stato tra 2,44, 4 miliardi di euro.
Il gruppo ha chiuso l’esercizio 2014 con un fatturato di oltre ventinove miliardi di euro in crescita rispetto ai ventisei del 2013, ma il problema è che l’utile netto si è ridotto in un anno di circa il 79% passando da più di un miliardo di euro a 212 milioni.
Il salto di redditività è derivato anche dalla svalutazione della quota detenuta dalla società in Alitalia.
Il piano di ristrutturazione di Francesco Caio, il suo obiettivo di gestione, prevede per ora un aumento delle tariffe e la riduzione della consegna della corrispondenza a giorni alterni, quindi non più quotidianamente, su una grossa parte del territorio nazionale e l’AGCom ha già dato in giugno il via libera a entrambe le richieste, pur non senza porre dei paletti e rimane aperto comunque il possibile problema con la Comunità Europea che con una sua direttiva prevede la consegna nel “servizio postale universale” per cinque giorni la settimana.
E’ prevista inoltre la soppressione di circa 500 piccoli sportelli con un taglio del personale di circa 3.500 unità grazie soprattutto a pensionamenti e a prepensionamenti.
Alla fine del 2014 Francesco Caio aveva presentato il suo progetto per modificare la struttura dei costi di poste italiane con un piano che da qui al 2020 avrebbe dovuto portare all’assunzione di otto mila nuovi addetti e a investimenti per circa tre miliardi di euro, portando conseguentemente all’incremento del fatturato a trenta miliardi di euro l’anno
.
Il piano prevedeva che dal 2015 al 2020 non ci sarebbero stati licenziamenti ma soltanto delle uscite agevolate, non solo, erano previste anche otto mila assunzioni che per il 50% avrebbero riguardato giovani laureati e nuove professionalità, oltre ad un percorso di riqualificazione per circa sette mila addetti già esistenti (per i quali si prevedevano circa tre milioni di ore di formazione specialistica e manageriale).
Il piano prevedeva, oltre alla rimodulazione dei prezzi dei servizi, tre miliardi d’investimenti in infrastrutture, piattaforme digitali e per la riqualificazione e la sicurezza degli uffici.
L’azienda usciva da un esercizio (il 2013) che aveva visto degli ottimi utili grazie sopratutto alle brillanti performance dei settori finanziari (con ricavi per 5,4 miliardi nella gestione buoni e carte) e assicurativo (16 miliardi di ricavi e circa il 61% del totale) nonostante la flessione dei ricavi per la corrispondenza (4,4miliardi).
L’ingresso di Poste Italiane nel capitale di Alitalia era considerato un’opportunità e un’operazione in una logica industriale, una cooperazione che rientrava nei settori della logistica e delle carte di pagamento.
Contrariamente alle previsioni nel marzo del 2015 Poste Italiane evidenzia il crollo del 79% degli utili e la colpa è attribuita in parte alla svalutazione della quota detenuta in Alitalia, in parte alla maggior pressione fiscale (le imposte nel 2013 incidevano per il 34% mentre nel 2014 sono passate al 70%) oltre al calo dei volumi della corrispondenza e a oneri straordinari legati alla ristrutturazione del gruppo in vista della quotazione in Piazza Affari.
Nel frattempo e tanto per gradire da martedì 11 agosto vi è un rincaro 20centesimi sul pagamento dei bollettini di conto corrente che passano da 1,30 un 1,50€ , le commissioni per pagamento degli F35 s’innalzeranno a 1,63€ e a 1,99€ per il pagamento delle multe.
Nel mese di agosto buona parte degli uffici farà un orario ridotto e resteranno aperti esclusivamente il mattino creando più di un disagio agli utenti, in una stagione in cui alcune catene della grande distribuzione lanciano l’iniziativa di apertura sette giorni su sette 24su24.
Ia gestione di Francesco Caio appare confusa e improvvisata, grandi annunci pochissimi fatti concreti e nonostante si sia trovato a cavalcare la favorevolissima onda lunga delle gestioni precedenti che hanno mantenuto l’azienda in una continua crescita sia nei risultati sia nelle dinamiche operative dal 1998 con l’arrivo di Corrado Passera e proseguita con la gestione di Massimo Sarni fino all’aprile del 2014.
L’uomo di Renzi che doveva traghettare il rinato gruppo di Poste Italiane verso la quotazione in Piazza Affari, riesce magistralmente a farlo nel momento peggiore, in cui l’azienda ha un tracollo degli utili del 79% e gli equilibri interni sono molto instabili con dirigenti e dipendenti delusi da  promesse mancate e dalla confusione nella gestione. Il gruppo da lavoro a 143 mila persone e in questo momento è tormentato da difficoltà e da tensioni interne ed esterne culminate con la violenta contestazione allo stesso Caio a Milano lo scorso 21 aprile.
Per noi normali utenti del servizio postale, costretti a code e ancora a residuali malservizi altro non rimangono che l’aumento delle tariffe, la chiusura estiva degli uffici periferici che ci costringe a pellegrinaggi verso i centri più popolosi, con la sorpresa di vedere che il pomeriggio d’estate alle Poste Italiane non si lavora (e non si capisce il perché).

 

Ci rimane la probabilità che la posta ci sia consegnata con comodo, a volte sì e a spesso no e che forse i piccoli uffici saranno chiusi e tutto questo solamente per recuperare, una tantum, tre o quattro miliardi di euro da scalare su un debito complessivo del nostro paese che oggi ammonta a circa duemiladuecento miliardi.

Fabrizio Sbardella
Varese Press
Gallarate

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