Il ricordo di Giuseppe Prezzolini

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Approdato nel vicino Canton Ticino, Giuseppe Prezzolini, oramai anziano ma sempre vitalissimo, ebbe ad allacciare una qualche particolare forma di intimità con Piero Chiara il quale, avendolo conosciuto nel 1968 – era stato l’editore Vanni Scheiwiller a provocare l’approccio – di tanto in tanto, amava incontrarlo.

 

Raramente invitato nella casa di via Motta a Lugano, a Piero risultava più facile la frequentazione dell’eccentrico nuovo amico nelle occasioni in cui il grande esiliato volontario (aveva ripudiato una seconda volta l’Italia, diceva, per colpa delle poste che non funzionavano come si conviene ad un Paese civile) si recava per pranzare, passeggero sull’auto guidata dalla moglie, in una trattoria a buon mercato nel luinese.

 

Illuminante, sia per conoscere un po’ meglio il caratteraccio di Prezzolini che per comprendere la ragioni della ricerca da parte di Chiara di quegli abboccamenti, quanto Piero scrisse al riguardo nel 1982: “Lo trovavo dal Pelandella, a Runo, una località a due chilometri dal confine. Era uno spasso stare a tavola con lui, sentirlo parlare del Carducci con il quale aveva giocato a tressette, di Papini, Soffici, Croce e Cecchi, di tutta l’Italia del primo Novecento che aveva conosciuto, odiato o amato a modo suo. Era polemico, tagliente, amaro, ma aveva una strana amabilità…che attraeva…Mi interessava capire un uomo del suo genere che non amava gli italiani in particolare e gli uomini in generale. Parlava male di tutti ma aveva l’arte di escludere i presenti, al punto da sembrare cordiale e bonario…Aveva una passione per le olive nere che andava a comperare a Ponte Tresa. Dell’Italia, in sostanza, amava solo Machiavelli, qualche verdura e le olive…Del resto gli importava poco…”

 

Non molte, a dire il vero, per parte mia le ragioni per interessarmi a Prezzolini che, abitualmente, cito solo allorchè, accusato di non amare l’attività fisica, elenco tutti i grandi uomini più longevi che a proposito della questione si sono pronunciati in modo favorevole alla mia tesi. Che so? Winston Churchill, ultranovantenne a chi gli chiedeva quale fosse il segreto della sua vitalità: “Lo sport…non ne ho mai fatto!”. George Bernard Shaw: “L’unico sport che ho fatto è stato seguire a piedi i funerali dei miei amici che facevano sport!”. Appunto, Prezzolini al compimento del suo centesimo compleanno: “Lo sport? Fa malissimo!”

 

Fra i non molti (anzi, tra i pochissimi) che il vecchiaccio accettava negli anni luganesi, un altro mio caro amico che, insistendo e superando mille ostacoli, era riuscito ad avere con lui una qualche consuetudine e persino ad intrattenere una corrispondenza. Si tratta di Severo Ghioldi, all’epoca giornalista per ‘L’Ordine’ e di poi insegnante e preside, scrivendo al quale il 27 aprile del 1973, fra l’altro, Prezzolini così si dipinse: “Forse mi si potrebbe dire uno dei pochi non alienati d’oggi – in ambedue i sensi – psichiatrico e marxista”.

 

E’ al caro Severo – nel frattempo trascorso a miglior  vita – che devo una nuova attenzione nei confronti del vecchio ed amarissimo contestatore le cui antiche escandescenze nei confronti, questa volta, di Roma capitale mi è occorso di usare per la frivolezza che segue.

 

*pubblicato originariamente su www.maurodellaportaraffo.com

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