I barconi visti dalla Germania: “Anche i miei nonni erano profughi”

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I barconi visti dalla Germania: “Anche i miei nonni erano profughi”

Il vertice europeo sull’emergenza profughi non ha minimamente cambiato, al di là di modifiche di facciata e di tante promesse vane, l’atteggiamento dell’Europa riguardo al problema dei profughi che continuerà ad essere un problema italiano. L’unica possibile soluzione è quella di imporre ai partner europei una modifica del trattato di Dublino in base al quale è il paese sulle cui coste approdano i migranti a doversene fare carico. La discussione dovrebbe dunque vertere su come ottenere questa modifica. Invece in Italia, purtroppo come al solito, si discute, si litiga e ci si insulta tra chi vorrebbe lasciar affondare i barconi e chi vorrebbe salvarli tutti anche togliendo risorse agli italiani. Altri ancora ricordano che anche gli Italiani sono stati migranti e la discussione si riaccende su come era una volta la realtà del migrante italiano. Del vero problema, se ne parla raramente.
Siamo andati a vedere come la pensano negli altri paesi europei, nello specifico come la pensano i lettori tedeschi per capire se la chiusura del governo tedesco corrisponde al pensiero dei cittadini. Riportiamo qui la traduzione di quanto apparso in questi giorni su “Zeit online community” (sito del quotidiano tedesco Die Zeit) con il titolo “Anche i miei nonni erano profughi”.
“Cacciati dalla patria, i miei nonni hanno vissuto la dolorosa esperienza della fuga, eppure non hanno nessuna compassione per i profughi siriani o eritrei.
I miei nonni erano profughi. Hanno dovuto combattere per arrivare in Germania, il paese nel quale avrebbero avuto una chance. Ci sono voluti molti soldi e molta forza, è stato molto doloroso, proprio una vera odissea. Prima la guerra e poi anche l’inferno. Ce l’hanno fatta e sono sopravvissuti.
I miei nonni fanno parte dei numerosi profughi della Prussia orientale che arrivarono soprattutto nel nord della Germania. Al loro arrivo si scontrarono con l’opposizione della popolazione; fu impedito loro di stabilirsi nelle città dove volevano rimanere e poi furono spesso insultati per via della loro provenienza. Dev’essere stata un’esperienza davvero dolorosa.
Ormai sono passati decenni, loro sono diventati nonni, i miei nonni, i loro fratelli hanno avuto anch’essi dei nipoti e questi nipoti sono oggi ingegneri, medici, impiegati. Quando ci ritroviamo per le feste, alcuni di loro raccontano ancora quelle esperienze, di come è stata dura, di come viaggiavano in treni stracolmi e come non mangiassero per giorni e giorni. Raccontano della guerra che avrebbero voluto lasciarsi alle spalle. Sono racconti di traumi e che richiedono comprensione per atteggiamenti che possono sembrare un po’ strani.
Sono storie che potrebbero raccontare anche i profughi dalla Siria o dall’Eritrea. Eppure, se si parla con la vecchia generazione dei profughi attuali rispondono che le situazioni non sono paragonabili. Aggiungono che loro non erano veramente dei migranti perché in fondo erano comunque tedeschi già prima di giungere in Germania. Ascolto ciò che dicono e non credo alle mia orecchie. Pensavo che chi ha vissuto l’orrore della guerra, è fuggito e si è rifatto altrove una vita, potesse comprendere in che situazione di trovano oggi queste persone. Invece no. Si chiedono perché oggi i profughi siano soprattutto giovani uomini, mentre prima si scappava con tutta la famiglia. Pensano che le persone che oggi vengono chiamate profughi siano persone che non hanno voglia di lavorare, che non intendono integrarsi e che in fondo non vogliono rimanere in Germania.
Oltre a ciò, per via della mancanza di contatto con persone di paesi diversi, nascono pregiudizi pazzeschi. Si parla di forte criminalità, grande propensione alla violenza e di tutti gli aspetti problematici della nostra città. A loro non interessa se il 30% di persone di origine straniera studia nella mia stessa università e vive “alla tedesca”. Non mettono empatia né compassione in queste discussioni. Le persone che oggi vivono in Germania e una volta erano profughi si sentono oggi tedeschi e sono felicissimi di poter finalmente respingere questi intrusi”.

Fonte: http://www.zeit.de/community/2015-04/flucht-damals-heute-mitleid
Traduzione e commento di Marinella Colombo
Membro della European Press Federation
collaboratrice di Varese Press

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