Organizzazione del territorio e ripresa economica. Una correlazione poco considerata

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Nei tre anni intercorsi tra il primo decreto che parlava di province, il cosiddetto “Salva Italia” del 2011, e la riforma Delrio, approvata nella primavera 2014, si è molto parlato di ipotetici risparmi nei costi della pubblica amministrazione. Pochi invece gli accenni sulla stampa ai costi territoriali connessi con un mancato presidio dei temi di area vasta, conseguenti all’eliminazione dell’ente intermedio di governo. Sono costi spesso difficili da quantificare, e anche da comunicare. Essi sono collegati con una minore efficienza del sistema delle infrastrutture, ad una caduta di qualità dell’ambiente, ad una disordinata localizzazione delle funzioni, e  in generale comportano una minore attrattività e capacità competitiva del nostro Paese.

La pianificazione territoriale non possiede la bacchetta magica per risolvere la crisi economica, ma può con i suoi strumenti almeno creare le condizioni organizzative del territorio – riguardo ai suoi aspetti insediativi, infrastrutturali e ambientali  – necessarie per attrarre attività produttive, e per evitare che quelle presenti si trasferiscano all’estero. L’organizzazione del territorio è nel nostro Paese, forse più che in altri, policentrica, e per essere efficace richiede che tutte le sue componenti, nessuna esclusa, interagiscano in modo organico.

Le città metropolitane presidiano la scena internazionale e hanno un importante effetto di traino, propulsivo e organizzativo, sul territorio. Per funzionare devono tuttavia potere interagire con un retroterra fatto di comuni capoluogo e di media grandezza, di piccole realtà locali, di bacino e di vallata, dove hanno sede distretti specializzati in grado di eccellere e concorrere a livello mondiale. In questi ambiti sono presenti patrimoni e risorse talvolta trascurate dalla programmazione nazionale e regionale. Esiste poi l’inesauribile giacimento di risorse turistiche, opportunità della quale non riusciamo a fare tesoro, in modo organizzato e sostenibile, e continuiamo a retrocedere per attrattività, sorpassati da nazioni meno fortunate nelle risorse ma più capaci nel superare gli individualismi.

La legge 56/2014 dedica un capitolo specifico alle città metropolitane, ma non va oltre, equiparando senza distinzione comuni di 1.000 e 100.000 abitanti. Si trascurano i comuni capoluogo, e in generale quei circa 100 comuni di media grandezza, che hanno un ruolo determinante nell’organizzazione del territorio. Un ruolo che deriva anche una lunga tradizione storica, che affonda le proprie radici nella cultura di governo sviluppata nei liberi comuni e nelle città stato che nei secoli hanno determinato l’assetto della penisola. Un patrimonio che ci caratterizza e distingue dagli altri paesi europei, al quale riferirsi nel riorganizzare i fattori di attrazione. Non avrebbe ovviamente senso ampliare il numero di città metropolitane, che sono già tante, ma questa diversità e importanza delle città medie andrebbe affermata integrando la norma nazionale o quelle regionali, includendo in queste i comuni capoluogo ma anche quelli che vantano un ruolo riconosciuto per gli illustri trascorsi (si pensi a  cittadine non capoluogo come Crema o Vigevano per stare al solo contesto lombardo).

Gli amministratori dei comuni capoluogo e delle città medie si trovano oggi a svolgere un importante ruolo decisionale all’interno degli organi delle province (in prospettiva anche nelle città metropolitane dove tuttavia persiste almeno nel periodo di transizione il ruolo dominante del sindaco metropolitano individuatoope legis). Passata l’attuale fase di emergenza per i bilanci nei nuovi enti, si dovrebbe riflettere su modi e strumenti per tradurre questo ruolo propositivo di area vasta nei contenuti dei piani territoriali dell’ente intermedio provincia o città metropolitana, dei comuni di media dimensione, delle unioni dove esistono, e in parte dei piani regionali che ad oggi non si sono molto occupati di cooperazione territoriale.

Le nuove competenze di supporto tecnico e amministrativo ai comuni, che sono enfatizzate dalla riforma Delrio, potrebbero trovare nella pianificazione uno dei campi più interessanti di applicazione. Per esempio immaginando piani territoriali provinciali o piani delle unioni che, previa intesa con i comuni interessati, sostituiscano il livello strategico e strutturale della pianificazione comunale. Oppure piani dei comuni di medie dimensione che assumano il valore di proposte strategiche anche per gli ambiti di area vasta di pertinenza, da tradurre in forme dispositive solo a seguito della sottoscrizione di apposite intese o accordi. Alcune norme regionali prevedono i piani intercomunali ma mancano del tutto di indicazioni attuative sui percorsi di formazione e approvazione di questi piani, e relativi strumenti di supporto.

Le modalità di governance sui temi di are vasta diventano sempre più complesse. Potrebbe essere utile affiancare la pianificazione del territorio con strumenti di pianificazione strategica, che per la loro flessibilità sarebbero più efficaci nell’adattarsi alle nuove situazioni. A patto di mantenere il dialogo tra i due piani. Nel passato sono state sviluppate interessanti esperienze di pianificazione strategica, ma quando queste sono rimaste a se stanti, scollegate da quelle di pianificazione territoriale, il risultato di quanto concordato tra gli attori sul territorio, a seguito di percorsi anche brillanti di partecipazione, ha finito per rimanere sulla carta.

La scrittura di nuovi statuti per province e città metropolitane è occasione per definire già negli statuti alcuni principi di base e strumenti utili ad una funzione complessa e interdisciplinare come quella di coordinamento territoriale. Lo statuto è anche il primo luogo dove impostare le regole di cooperazione interistituzionali tra i comuni, anche per il tramite del nuovo organo, assemblea dei sindaci nelle province o conferenza metropolitana. La legge 56/2014 definisce i compiti di ciascuno degli organi dell’ente intermedio, ma non si occupa delle modalità di raccordo tra organi. Occuparsene nello statuto è il primo passo verso un territorio meglio organizzato e più attrattivo.

Riferimenti

M. Pompilio, Riforma Delrio e pianificazione di area vasta. Punto e a capo

http://www.millenniourbano.it/

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