l’8 marzo visto dalla psicologa, Dr.ssa Colaianni Veronica

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Per chi come me si occupa del sostegno psicologico alle donne vittime di violenza, quello di marzo e quello di novembre, sono mesi carichi di appuntamenti. Se infatti da relativamente pochi anni (dal 1999) il 25 Novembre si celebra la Giornata Internazionale Contro la Violenza sulle Donne, ben più lunga è la storia dell’8 Marzo, tanto che l’origine di questa celebrazione è piuttosto confusa: siamo introno al 1910, ma durante le due grandi guerre è stata interrotta. In Italia viene celebrata dal 1946 e furono le donne dell’UDI (unione donne in Italia) a promuoverla e a divulgare l’uso della mimosa, pianta che fiorisce meravigliosamente proprio nel mese di marzo.
La festa della donna ha una chiara connotazione socio-politica e vuole ricordare la lotta che i movimenti femminili in tutto il mondo hanno portato avanti per ottenere pari diritti, pari opportunità e pari doveri, in primis il diritto al voto. La festa della donna ci ricorda che il livello di autonomia che la donna possiede ed esercita al giorno d’oggi nel nostro paese, e che diamo quasi per scontata, non è sempre accaduta.

Sembrano discorsi lontani nel tempo, forse non più necessari, ma non è così: giusto per fare alcuni esempi, è solo nel 1981 (anno in cui sono nata) che il matrimonio riparatore e il delitto d’onore sono stati eliminati, c’è voluto il 2009 invece per ottenere il reato di stalking (reato di atti persecutori 612-bis) e addirittura l’ottobre del 2013 per avere una legge decente contro il femminicidio (legge 119-disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto alla violenza di genere). Ma fatte le leggi, indispensabili, vanno fatti i cittadini. e vanno fatti anche gli psicologi…

Troppo spesso nella mia professione e tra i miei colleghi vedo confondere la violenza di genere (sono reati contro la persona!) con la conflittualità nella coppia (il conflitto è sano, l’uso della violenza invece è una grave violazione dei diritti umani) oppure con la dipendenza affettiva (studi che sono andati molto di moda negli ultimi anni). Per troppi anni anche la psicologia infatti ha risentito del patriarcato, troppo spesso ha proposto ruoli femminili e maschili molto rigidi, ha poco riflettuto su quanto l’autonomia, l’assertività, l’autorevolezza, la creatività siano qualcosa da promuovere in entrambi i sessi, complici del benessere non solo per il sesso maschile, ma anche di quello femminile. Allo stesso modo il linguaggio emotivo, la capacità di esprimere le proprie emozioni, l’empatia non sono capacità specifiche femminili: sono capacità umane e chi le possiede e le coltiva è più capace di allacciare e mantenere relazioni sane, adulte, paritarie, soddisfacenti.

Potremmo far risalire queste mancanze alla tentazione dualistica del pensiero occidentale (come spiega molto bene Damasio ne “l’errore di Cartesio”, splendido trattato di neuroscienze): natura-cultura, ragione-sentimento, cognizione-emozione,….maschile-femminile. In parte è proprio così, siamo tutti vittime di euristiche , vere e proprie “scorciatoie di pensiero”: è più semplice capire il mondo se lo dividiamo in poche semplici categorie, due per esempio . Ma sono appunto scorciatoie di pensiero, che sono utili solo ad un dispendio cognitivo minore, non certo alla comprensione delle cose.

Curiosamente l’essere umano ha per secoli attribuito a maschi e femmine non solo ruoli distinti e rigidi, creando un ordine patriarcale, ma anche caratteristiche psicologiche, temperamentali, emotive ai due sessi (in funzione di quel sistema di potere ingiusto e sbilanciato che era il patriarcato). Ed è proprio quest’ultimo aspetto quello che sembra più difficile da smantellare. Se le battaglie politiche, sindacali e sociali riescono nell’immenso sforzo di ottenere leggi e disposizioni per garantire la parità dei diritti e delle opportunità tra maschie femmine, c’è qualcosa che ancora resta indietro. Quando torniamo a casa, infatti, nelle nostre abitazioni, nel nostro posto di lavoro, con i nostri vicini, amici e con i nostri figli, restiamo vittime delle nostre abitudini, e di quegli insegnamenti, di quel modo di pensare ai due sessi e alle relazioni tra di essi che ci sono stati tramandati dai nostri genitori e che quindi sono precedenti all’emanazione di quelle leggi (i miei genitori avevano già 40 anni quando sono nata e il matrimonio riparatore veniva abolito). Ed ecco da qui il paradosso della nostra epoca: si permette, ad esempio, alle donne di lavorare e di avere un indipendenza economica e poi vengono pagate meno (in italia ben il 16% in meno) comunicando in questo modo, in maniera assolutamente efficace, che il loro lavoro è meno importante, o in fondo che gli è stato concesso fin troppo e devono ringraziare. Questo dato è ancora più sconcertante se si pensa all’alta scolarizzazione delle donne, anche e soprattutto post lauream.

Gli esempi sarebbero molteplici, ma per tornare a parlare di psicologia, il paradosso è che spesso vengo invitata agli appuntamenti per l’8 marzo e mi si chiede di parlare di donne: come se esistesse una psicologia specificatamente femminile, distinta da quella umana, come se già essere donna costituisse di per sè essere un sottogruppo psicologico. Come se quella domanda mai soddisfatta di Freud “cosa vogliono le donne?” dovesse per forza trovar risposta o aver risposta diversa e complementare a quella maschile. Quello che sto cercando di dire cioè, è che tutto questo è frutto di una logica passata, ma che ancora resiste, anche in chi in maniera genuina e con le migliori intenzioni vuole celebrare degnamente l’8 Marzo.
Vorrei rispondere a tutti coloro che mi domandano di “psicologia femminile”, che non so cosa vogliono le donne, e che il modo migliore per saperlo è ascoltarle, osservarle, lasciarle libere di essere la persona che vogliono essere. Vorrei rispondere che forse non è il caso avere aspettative troppo rigide, crearsi dei modelli di femminilità (o mascolinità), dei “dover essere” stereotipati e a volte irraggiungibili che ci ingabbiano e ci creano insicurezze, oltre che non aiutarci a capire profondamente gli altri e il mondo.
Io continuerò nel mio lavoro di psicologa e terapeuta cercando di promuovere relazioni sane, libere, dove il rispetto e la gentilezza vanno di pari passo alla cultura dei diritti umani. Se il patriarcato con i suoi residui mantiene ancora una frattura fra i generi, la psicologia moderna si deve occupare di creare un ponte tra essi. Per il benessere di entrambi.
L’augurio per tutti è che si celebri l’8 marzo come occasione per fare il punto sul livello di uguaglianza nei diritti tra uomini e donne: quanto si è fatto, quanto ancora c’è da fare. E che sia da stimolo per un lavoro silenzioso, ma giornaliero da fare nelle nostre case, sul nostro posto di lavoro, con i nostri figli. Lavoriamo quindi affinchè dell’8 marzo non ci sia mai più bisogno: quel giorno pari diritti e pari opportunità saranno raggiunti.
Dr.ssa Colaianni Veronica

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