Ripensare la Nato ? di Antonio Russo

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Ripensare la NATO?
di Antonio Russo | 06 marzo 2015

L’Alleanza Atlantica nasce dopo la Seconda guerra mondiale come ombrello armato di quello che verrà poi chiamato “Occidente” di fronte al pericolo prima Sovietico, poi più in generale comunista. A lungo ha saputo coniugare gli interessi, in particolare, dell’Europa intera, dei singoli Stati Europei e degli Stati Uniti; in un difficile equilibrio reso facile dalla pressione di un nemico tanto strutturato e minaccioso come quello rappresentato dall’Unione Sovietica. Con l’implosione del nemico e la fine del mondo bipolare la NATO è diventata, per qualche anno, il garante del progetto americano di un “nuovo ordine mondiale”, in cui gli USA si trovavano ad essere la sola vera superpotenza e il modello rappresentato dalla democrazia occidentale sembrava il solo (e per certi politologi l’ultimo) modello politico possibile e rimasto.
Questa seconda fase si è caratterizzata per una certa operatività della NATO: ricordiamo gli interventi in Somalia ed in Serbia ad esempio. Una operatività non sempre supportata probabilmente da una profonda lungimiranza strategica, ma che tutto sommato per qualche anno è sembrata essere anche convincente. Ora però siamo usciti definitivamente dal paradigma del mondo “unipolare” e siamo evidentemente entrati in un mondo “multipolare”, con nuove potenze regionali (Come la Cina, l’India, L’Arabia Saudita, la Turchia) che hanno proprie strategie che perseguono attivamente, con vecchie potenze ritornate in auge (la Russia), e vecchi attori protagonisti che oggi rischiano la marginalizzazione (Europa, ma soprattutto Giappone).
Ed in questo contesto l’Alleanza Atlantica non sembra agire riuscendo a trovare una linea che mostri evidenti vantaggi a tutti i membri come ha saputo fare in passato e non sembra soprattutto dare lo stesso peso agli interessi di tutti i membri. Oggi l’Europa vive due crisi ai propri confini. Una in Ucraina, dove si combatte una guerra a bassa intensità con la Russia che, mentre dalla Nato viene considerata di fatto un pericolo, singoli paesi Europei hanno (o hanno potuto) considerato attore con il quale intrecciare proficui rapporti commerciali e politici. Rapporti per buona parte cancellati da questa crisi e dall’impegno della Nato che è stato tempestivo nell’intervenire, anche a costo di ignorare le posizioni dei singoli paesi europei che probabilmente avrebbero preferito maggior cautela.
Una seconda minaccia invece viene dall’ISIS, una minaccia che arriva da sud e che, per certi aspetti, deve parte della propria pericolosità proprio a scelte politiche occidentali (vedi il sostegno occidentale all’opposizione anti-Assad o vedi la scelta di agire contro Gheddafi). Una minaccia che, al contrario della crisi Ucraina, tutti i paesi Europei considerano tale e tutte le forze politiche considerano tale senza eccezione. Eppure la Nato pare inconsistente ed infinitamente più cauta ad occuparsi di questo problema, anche solo a livello di analisi.
Di fatto con la fine della pressione esterna creata dall’URSS gli interessi divergenti tra Europa e USA stanno mano a mano venendo a galla e la NATO, concepita in tutt’altro contesto, finisce troppo spesso per penalizzare gli interessi europei a favore di quelli statunitensi. Ovviamente larga parte del meccanismo è spiegabile con il fatto che l’Europa è una potenza atipica: ha i numeri per essere potenza regionale (e lo è), ma manca di una coesione tale da poter avere una linea continua in politica estera tale da poter concepire e difendere quali siano i propri interessi.
Va da sé che sarebbe ridicolo mettere in discussione la NATO: l’alleanza ha ancora un senso, anche per l’Europa che ancora non ha capito se in politica estera deve agire sulla base degli interessi dei singoli stati o deve concepirsi come blocco unico. La Nato è ancora una garanzia, ma per evitare che perda legittimità e quindi potere è quantomeno necessario che, visto che è cambiato il mondo attorno alla NATO anche i termini in cui è stata concepita questa Alleanza vengano riconsiderati.
La vera questione è se ovviamente la classe dirigente Europea saprà, come invece riesce a fare quella statunitense, concepire la propria politica estera non solo in termini di consenso elettorale, ma anche e soprattutto in termini di strategia a medio e lungo termine.
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