Morire a Venezia

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MORIRE A VENEZIA

Una domenica pomeriggio in inverno

foto di repertorio

Domenica scorsa, nel pomeriggio, nelle acque di un canale a Venezia un ragazzo si sfila il giubbotto e si getta in acqua, un vaporetto fa retromarcia e si avvicina, gli lancia un salvagente poi due, tre, quattro, ma niente. Il ragazzo resta immobile non tenta nemmeno di avvicinarsi ai salvagente, il marinaio del vaporetto apre il pianerottolo sporgente della barca per cercare di afferrarlo, ma è tardi gli abiti bagnati si sono appesantiti e il ragazzo affonda.

Aveva ventidue anni veniva dal Gambia e la scena è stata ripresa dai cellulari dei presenti, almeno cinque filmati. Si tratta quindi di un suicidio e non sembrano configurarsi ipotesi di reato, non è un obbligo tuffarsi per soccorrere una persona e nessuno si è buttato in acqua né i marinai che hanno buttato i salvagenti né i passeggeri che assistevano filmavano e commentavano.

Scoppia la polemica sulle urla dei presenti (“Africa”, “insemenio”, “dai che torni a casa tua”, “e ora neghete”) e la magistratura indaga e nella peggiore e più fantasiosa delle ipotesi qualcuno potrebbe anche ipotizzare il reato di istigazione al suicidio, le frasi sono pesanti se non le inquadri nella parlata dialettale.

Certo è che la situazione non sembrava chiara e si poteva immaginare anche un atto dimostrativo o di protesta perché il ragazzo non si muoveva e cercava di prendere i salvagente che pure aveva a portata di mano.

Al di là delle polemiche, dei giudizi e dei pregiudizi il fatto è che un ragazzo di ventidue anni compra un biglietto del treno per Venezia e una volta arrivato alla stazione in laguna lascia il suo lì il suo zaino, infila i suoi documenti in una busta di plastica, si butta nella laguna e si lascia andare incurante dei salvagente che gli vengono lanciati.

Il fatto è che la gente intorno non capisce o non vuole capire quel che sta accadendo e si limita a filmare e commentare ad alta voce la scena che scorre davanti a loro, a nessuno passa per la mente di tuffarsi, molti commentano, altri fanno battute, ma nessuno interagisce con la realtà.

Il fatto è che nell’epoca di Facebook, Twitter, Instagram molti di noi non sono più in grado di distinguere tra realtà effettiva e virtuale, attraversiamo una tragedia pensando di essere in un post.

(Link al filmato di Il Messagero.it: http://bit.ly/2kt8uyk)

Gallarate 25 gennaio 2017

Fabrizio Sbardella

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